Incontro Parroci e incaricati Oratorio sul sacramento inquieto

Sintesi dell’intervento di Mons. Gilardi all’incontro Parroci e Incaricati dell’oratorio della ILE

La Riconciliazione è, prima di tutto, un incontro con Dio e con la Chiesa. Nel rito della penitenza, il confessore è chiamato a svolgere un compito profondamente paterno, agendo in nome di Cristo Buon Pastore per rivelare al penitente il cuore misericordioso del Padre. È in questo spazio sacro che si manifesta la presenza reale di Dio. Eppure, oggi ci troviamo di fronte a un interrogativo ineludibile: come proporre e riproporre questo sacramento in un’epoca di profonda crisi?

Un “sacramento perduto” e inquieto

Il problema non riguarda solo la frequenza con cui i fedeli si accostano al confessionale, ma la consapevolezza stessa del suo valore. Riprendendo un’espressione di Mons. Delpini, ci troviamo davanti a un “sacramento perduto”, o per meglio dire, a un “sacramento inquieto”.

Questa inquietudine storica, che ha visto variare le forme e le denominazioni del sacramento (da sacramento della conversione a sacramento di guarigione), è in realtà il riflesso dell’inquietudine dell’uomo di fronte al mistero del male. Spesso, infatti, l’attenzione si è sbilanciata sull’aspetto oscuro del peccato e sull’atto dell’accusa (la confessione), mettendo in ombra la luce della grazia e della riconciliazione.

La stessa riforma liturgica proposta dal Concilio Vaticano II appare per certi versi incompiuta. L’intento era quello di recuperare l’aspetto ecclesiale – la Chiesa che coopera al sacramento attraverso la carità e la preghiera – ma nel post-Concilio si sono verificati abusi legati alle celebrazioni comunitarie con assoluzioni collettive. Oggi l’Ordo Paenitentiae prevede tre modalità, chiarendo che l’assoluzione collettiva resta un’eccezione vincolata al permesso dell’Ordinario.

Le radici sociali della disaffezione

Perché i fedeli si sono allontanati dalla Riconciliazione? I motivi vanno ricercati in un contesto sociale sempre meno capace di offrire riferimenti morali condivisi:

  • L’illusione dell’auto-assoluzione: L’uomo contemporaneo riconosce talvolta di sbagliare, ma ritiene che il proprio errore sia rimediabile con le sole proprie forze. Manca il senso del bisogno di chiedere perdono a un “Altro”.
  • L’omologazione culturale: Spesso le scelte di vita si basano su ciò che “fanno tutti”. Lo stile di vita della maggioranza spegne il giudizio morale personale.
  • Il primato della tecnica: Si è diffusa l’idea che ciò che è scientificamente o tecnicamente possibile sia, di fatto, anche moralmente accettabile, cancellando interi ambiti di riflessione etica.
  • Il vuoto nella catechesi: Si è passati da una predicazione eccessivamente moralistica a una di solo annuncio, perdendo però terreno nella catechesi degli adulti, con derive culturali che hanno smarrito il focus sulla dimensione morale.
  • Soggettivismo contro oggettività: La pur giusta attenzione al soggetto e alle sue fragilità (talvolta frutto di una cattiva interpretazione dell’esortazione Amoris Laetitia) entra in conflitto con l’oggettività del bene e del male. Il dialogo pastorale, invece, richiede prudenza ma anche grande chiarezza.

Diventa dunque necessaria una nuova evangelizzazione: il sacramento ha senso solo se inserito in un cammino di fede vivo. Solo così il peccato non è visto come la semplice infrazione di una regola, ma viene compreso per quello che è: un disamore.

Rinnovare lo sguardo: dal giudizio alla grazia

In vista del Giubileo (come richiama la bolla Spes non Confundit), è urgente istruire i fedeli a una preparazione e a una celebrazione adeguata del sacramento, superando il rischio di una pratica troppo individualistica per riscoprire la dimensione ecclesiale del peccato e del perdono.

Un ruolo cruciale è giocato dai presbiteri e dalla cura del dialogo penitenziale. Questo dialogo non è un “contorno” opzionale, ma fa parte integrante della ritualità del sacramento. Non deve essere freddo, né trasformarsi in un colloquio puramente psicologico. Accogliere il penitente significa guidarlo alla luce della verità, con fraternità e paternità, cercando di individuare le fragilità ma, soprattutto, intercettando “il punto accessibile al bene”. Bisogna lavorare sul positivo, evitando il “predicozzo” moralistico e facendo sì che l’esortazione del sacerdote sia un rimando vivo al Vangelo.

Come ricorda il testo L’umano in confessione (Ed. Dehoniane), il confessore non deve legare a sé il penitente, ma parlare di un “Terzo”, essenziale: Dio. Il Signore desidera incontrarci, come ricorda Papa Francesco in Desiderio Desideravi. Si va a Messa o ci si confessa non “per non trasgredire”, ma per incontrare il Padre. A questo proposito risulta ancora attualissima la metodologia del Card. Martini: confessio laudis (riconoscere i doni di Dio), confessio fidei (professare la fede) e confessio vitae (consegnare la propria fragilità).

Proposte per un dialogo penitenziale incisivo

Per far fronte al problema di una pratica religiosa saltuaria, il dialogo della confessione può supplire a diverse mancanze. Ecco alcune modalità per renderlo più incisivo:

  1. Indirizzare alla direzione spirituale: Distinguere la confessione dal colloquio di vita spirituale, rimandando quest’ultimo ad altri momenti.
  2. Valorizzare le celebrazioni comunitarie: Non devono essere viste come una semplice “cornice”, ma come parte integrante e pedagogica del sacramento.
  3. Tempi diversi per la grazia: Valutare la possibilità di distinguere il dialogo e l’esame di coscienza dall’accusa vera e propria, arrivando in alcuni casi a posticipare l’assoluzione a un secondo momento, all’interno di un cammino avviato.
  4. Riscoprire la Messa: Aiutare chi si accosta alla “confessione di devozione” a valorizzare altre forme di perdono veniale, come l’atto penitenziale all’inizio dell’Eucaristia.
  5. Educare all’ascolto della Parola: Insegnare ai fedeli ad accostarsi alla Scrittura come a un annuncio rivolto specificamente a loro e alla loro situazione di vita.

Il cuore del prete nel ministero della Riconciliazione

Infine, una riflessione sulla vita del sacerdote. Esiste un legame profondo tra la paternità del prete, la fecondità del suo celibato e il ministero della Riconciliazione. Questa è una vera e propria priorità pastorale: il confessore è chiamato a recarsi “nelle periferie del male e del peccato”.

Un confessionale aperto è l’immagine di un cuore di Dio sempre aperto. Richiede un’enorme pazienza e la consapevolezza altissima di agire in persona Christi e a nome della Chiesa. Il sacerdote non deve mai agire con arroganza o a prescindere dalla Chiesa, ma deve lasciarne trasparire tutta la vocazione materna. In definitiva, un buon confessore è, prima di tutto, un buon amico di Gesù Buon Pastore, che coltiva incessantemente la preghiera per chiedere il dono della carità pastorale.ndere
dalla Chiesa, ma deve lasciarne trasparire tutta la vocazione materna. In definitiva, un
buon confessore è, prima di tutto, un buon amico di Gesù Buon Pastore, che coltiva
incessantemente la preghiera per chiedere il dono della carità pastorale.

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