Anche quest’anno Sant’Antonio ha portato con se la sua festa nella nostra città di Arese. Le fiamme del falo’ si sono alzate alte per scaldare i corpi nella fredda serata invernale per bruciare i cattivi ricordi dell’anno appena concluso.

Questa festa che si celebra ogni anno in gennaio, era in passato una delle ricorrenze più sentite nelle comunità contadine e quindi anche della nostra comunità. Anche oggi è piuttosto diffusa, soprattutto nelle zone rurali e nei paesi della provincia dove le tradizioni sono molto più radicate che nelle grandi città. Nella cultura popolare, Sant’Antonio abate viene raffigurato con accanto un porcellino; i contadini, per distinguerlo dall’altro Antonio, quello comunemente detto da Padova (e che invece è di Lisbona), lo chiamavano infatti Sant’Antoni del purscell; spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino; sul suo abito spiccava il tau , croce egiziana a forma di “T”, simbolo della vita e della vittoria contro le epidemie – cosa a cui sembra alludere anche il campanello, che era utilizzato appunto per segnalare l’arrivo dei malati contagiosi.

Antonio era un eremita ed un asceta tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico. Di Lui conosciamo bene la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all’anno 250. Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste e ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione, e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri. Compiuta la sua scelta di vivere come un eremita, si ritirò dunque in solitudine a lavorare e a pregare, dapprima nei dintorni della sua città natale e successivamente nel deserto. Qui trascorse molti anni vivendo in un’antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce – soprattutto di porco – allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze di ogni genere, riuscendo sempre a trionfare. La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto e dopo la sua morte raggiunse anche l’Europa.

In epoca medievale, Sant’Antonio viene invocato in Occidente come patrono dei macellai, dei contadini e degli allevatori e come protettore degli animali domestici; questo, forse, perché dal maiale gli antoniani (i seguaci di Antonio) ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe. Antonio, dice la tradizione, era anche un taumaturgo capace di guarire le malattie più tremende. E poi, c’è la credenza popolare che vuole che il Santo aiuti a trovare le cose perdute. Al nord si dice “Sant’Antoni dala barba bianca fam trua quel ca ma manca” e al sud – dove viene spesso chiamato Sant’Antuono, per distinguerlo da Antonio da Padova – “Sant’Antonio di velluto, fammi ritrovare quello che ho perduto”.

Il falò di San Antonio è parte di un rituale di purificazione e di consacrazione. In molte regioni dell’Europa continentale, i falò sono fatti tradizionalmente in occasione di alcune feste religiose cristiane. Questi riti sono spesso messi in correlazione con precedenti riti pagani: è tuttavia difficile stabilire quanto effettivamente derivi da pratiche precristiane e quanto dipenda dal valore simbolico che il fuoco riveste di per sé.

Antonio era considerato il patrono del fuoco probabilmente per la sua tenacia nel contrastare le tentazioni del male. Secondo alcuni i riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica e druidica. E’ nota infatti l’importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante, ad esempio in occasione delle feste di Beltaine e di Imbolc: quest’ultima ricorrenza, che veniva celebrata il primo febbraio, salutava la fine ormai prossima dell’inverno e il ritorno imminente allungarsi e della bella stagione, con le giornate che iniziano ad allungarsi.

Una festa, quella che abbiamo appena celebrato nella nostra città dunque, di origini antichissime, che scatena le forze positive e, grazie all’elemento apotropaico del fuoco, sconfigge il male e le malattie sempre in agguato. Ricorrenza di buon auspicio per il futuro e  di allegria che ha richiamato molte persone, bambini e famiglie comprese. I cittadini di Arese si sono potuti riscaldare con il vin brulè e hanno fatto festa gustando le leccornie preparate dalle varie associazioni presenti. Proprio grazie al lavoro di tanti volontari la festa è decollata e si è realizzata nei migliori dei modi. Per questo ringraziamo le varie associazioni che hanno collaborato a diverso titolo per la buona riuscita della festa:………