SERVITE IL SIGNORE NELLA GIOIA

CHIARI – Sabato 20 giugno 2026, nel Duomo dei Santi Faustino e Giovita di Chiari, si sono celebrate le ordinazioni diaconali e presbiterali

Ordinazione Diaconale:
Alessandro Piccoli

Ordinazione Presbiterale:
Don Andrea Dancelli
Don Andrea Festa
Don Federico Gozzi
Don Fabio Viscardi

S. E. Mons. Giordano Piccinotti, Arcivescovo titolare di Gradisca e Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, ha imposto le mani e pronunciato la preghiera consacratoria per i cinque confratelli chiamati al ministero ordinato.


riportiamo integrlamente l’OMELIA.

Cari ordinandi, cari fratelli e sorelle,

La sera di Pasqua Gesù entra in una stanza sbarrata. I discepoli hanno paura. Il mondo fuori è lo stesso di tre giorni prima: le stesse autorità, le stesse spade, lo stesso sepolcro vuoto che nessuno sa ancora come spiegare.

E il Risorto, nella stanza chiusa, pronuncia tre parole che cambiano tutto: «Pace a voi».

Poi – e qui sta il cuore del Vangelo di oggi – mostra le mani e il fianco. Non nasconde le piaghe. Le offre come sigillo. E dice: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Soffia su di loro e aggiunge: «Ricevete lo Spirito Santo».

Quello che è accaduto in quella stanza, questo pomeriggio accade qui. In questo momento. Su di voi.

«LO SPIRITO DEL SIGNORE È SU DI ME»

Mi ha consacrato con l’unzione, 

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri. (Is 61,1)

Isaia descrive una figura misteriosa – il Servo – su cui Dio posa il suo Spirito e lo manda. Manda a fare cose concrete: «fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, consolare gli afflitti, dare loro una corona invece della cenere»

Questo testo Gesù lo rilegge su sé stesso nella sinagoga di Nazaret: «Oggi si è compiuta questa Scrittura». E oggi si compie di nuovo – su di voi. Il vescovo che tra poco imporrà le mani sul vostro capo sta compiendo un gesto antico come Isaia: sta ungendo

degli inviati. Non dei funzionari. Non degli amministratori del sacro. Degli inviati – con una destinazione precisa: i poveri, i cuori spezzati, gli schiavi, i giovani.

Ma per essere inviati occorre prima essere uomini interiormente unificati. «Non possiamo essere burattini nelle mani di altri» ricordava Francesco di Sales: la vita di ciascuno è preziosa e irripetibile, troppo per consentire che altri ce la sciupino.

Custodite il cuore, perché sia unito e forte; e conoscete la vostra umanità, accettandola con bontà – si cambia solo ciò che prima si è accolto.

Isaia aggiunge poi una cosa che spesso non si nota: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio». Il testo ebraico usa il verbo šrt, che indica il servizio liturgico: lo stesso servire che nella tradizione cristiana diventerà il diakonein greco

– il servire a tavola. Il sacerdote, nel progetto di Dio, è uno che serve a tavola. Uno che porta il cibo. Che spezza il pane.

«SERVITE IL SIGNORE NELLA GIOIA»

Entrate nelle sue porte con inni di grazie. (Sal 100,4)

Il Salmo responsoriale è breve, quasi elementare. Ma nasconde una teologia del sacerdozio di disarmante profondità. «Servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza». Il verbo servire – in ebraico ‘avad – è lo stesso che si usa per il lavoro dei sacerdoti nel tempio. E viene abbinato alla gioia. Non alla competenza. Non all’efficienza. Alla gioia.

Questo è uno dei doni specifici del carisma salesiano: un sacerdozio che sa essere felice. Don Bosco non voleva preti tristi

Voleva preti che stessero in cortile, che corressero, che ridessero.

Non perché la fede fosse una cosa leggera – ma perché la gioia è un annuncio teologico, è una categoria teologica, “sfolgora il sole di Pasqua Risuona il cielo di canti Esulta di gioia la terra dagli abissi della morte Cristo ascende vittorioso” (inno pasquale della Liturgia delle Ore per le Lodi del Tempo di Pasqua). Dice che Dio è buono. Dice che vale la pena credere.

Francesco di Sales lo diceva con parole che sembrano scritte per Don Bosco: «non voglio una vita cristiana malinconica e fastidiosa, ma una pietà dolce, serena, piacevole e calma». La gioia non è euforia: è la qualità di chi ogni mattina trova un buon motivo per accogliere la nuova giornata.

Lasciatevi sorprendere dai giovani. Spesso sono loro i primi maestri di chi li serve: vi insegneranno a leggere il Vangelo con occhi nuovi, a pregare con più verità, a fidarvi di Dio con più coraggio.

«FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME»

Ho ricevuto dal Signore quello che ho trasmesso a voi. (1 Cor 11,23)

Paolo scrive ai Corinzi una frase di straordinaria densità: «Ho ricevuto dal Signore quello che ho trasmesso a voi». Ricevuto e trasmesso. Accolto e consegnato. Il sacerdozio si colloca esattamente in questo passaggio. Non siete l’origine di niente.

Siete anelli di una catena che comincia la notte in cui Gesù prese il pane, rese grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi». 

Ogni volta che celebrerete l’Eucaristia, farete quello che Paolo descrive: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

Annunciate. La Messa è un annuncio. È una proclamazione. È dire al mondo, con gesti e parole, che qualcuno è morto per amore e che quell’amore è più forte della morte.

Don Bosco aveva capito questo in modo viscerale. Ogni mattina, prima di tutto il resto, la Messa. Non come obbligo ma come fame. Come il pane senza il quale non si regge. Il pane che spezzerete sull’altare è anzitutto il vostro io spezzato per amore. Nessuno consacra il corpo di Cristo senza accettare che il proprio corpo venga consumato nel servizio.

E ricordate l’avvertimento di Francesco di Sales: «le parole devono uscire dal cuore più che dalla bocca; il cuore parla al cuore, la lingua parla solo alle orecchie». Predicate dal cuore. Celebrate dal cuore.

«RICEVETE LO SPIRITO SANTO»

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. (Gv 20,21)

Torniamo alla stanza di Pasqua. Gesù soffia sui discepoli. E l’unico posto nel Nuovo Testamento in cui si usa questo verbo – ⁠enephýsēsen – e richiama esplicitamente la Genesi: Dio che soffia nelle narici dell’uomo il suo alito di vita. È una nuova creazione. Una seconda nascita. Quello che accade sull’altare oggi – l’imposizione delle mani, la preghiera consacratoria – è un atto creativo di Dio.

Nella Cappella Palatina di Palermo – capolavoro normanno del XII secolo – un mosaico raffigura Dio che, attraverso il soffio, insuffla l’anima ad Adamo. Nella teologia dei Padri (Ireneo, Basilio, poi Tommaso) la creazione dell’uomo avviene con le «due mani del Padre»: il Verbo e lo Spirito. Il soffio è quindi già un atto trinitario: il Padre soffia per il Figlio e nello Spirito.

Adamo non riceve solo la vita biologica, ma viene consacrato a immagine della Trinità stessa – ad imaginem et similitudinem: lo Spirito imprime il carattere.

Ma Gesù aggiunge qualcosa di sorprendente. Questo Spirito viene dato per una missione molto concreta: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi; a chi non li rimetterete,

resteranno non rimessi». Lo Spirito Santo viene dato per il perdono. Il sacerdozio ordinato nasce per restituire la pace – quella stessa pace che Gesù ha appena pronunciato. Sarete uomini che ridanno la pace. Nelle confessioni, nel ministero della riconciliazione, nell’accompagnamento delle coscienze.

Vi racconto qualcosa di personale. Da quando ci ha lasciati Papa Francesco, vado a confessarmi il sabato mattina a Santa Maria Maggiore – la chiesa dove lui ha voluto che fossi consacrato vescovo. Ho cercato il confessionale più vicino alla sua tomba.

Rigorosamente con la grata, perché tengo molto alla mia privacy.

La prima volta, il padre seduto all’interno — senza sapere nulla di me — alla fine della confessione mi dice: «Vai avanti sereno, sei un bravo sacerdote». E mi invita ad avvicinarmi. Scopro un uomo molto anziano, con un volto rugoso. Con la mano mi dà una buffetto sul volto, dicendo: «Mi raccomando, fai il bravo».

In quella carezza associata alle parole e al suo sorriso ho sentito tutta la misericordia di Dio. Ho capito davvero cosa significa essere sacerdote. Non una funzione. Non un ruolo. Una mano che accarezza il volto di un estraneo. Esattamente come aveva fatto Gesù con i lebbrosi, con i ciechi, con i peccatori.

Esattamente come fa il Risorto quando soffia sugli apostoli e dice: pace a voi.

Don Bosco passava ore al confessionale. I ragazzi facevano la fila. Non perché avesse studiato psicologia – ma perché sapevano che lì dentro non sarebbero stati giudicati. Sapevano che avrebbero trovato quello che il Risorto aveva promesso:

«Pace a voi».

Anche questo è il vostro mandato. Non solo la Messa, non solo la predicazione: anche la pazienza del confessionale. Anche il tempo di chi ascolta.

E con la pazienza serve la compassione: accogliere il prossimo come opera di Dio, sopportare con tenerezza le sue infermità spirituali. Nelle relazioni – diceva ancora Francesco di Sales – ci vuole «una tazzina di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza».

«Abbiate pazienza con tutti, ma soprattutto con voi stessi.

Sono contento se ricominciate tutti i giorni: 

non c’è mezzo migliore per perfezionare la vita spirituale che ricominciare sempre.» 

San Francesco di Sales

Ricominciare. È la parola del confessionale. È la parola della misericordia. E la parola di Pasqua.

LA PREGHIERA DI CONSEGNA

Un pensiero a voi, famiglie e amici: avete seminato senza sapere esattamente cosa sarebbe cresciuto. Dio ha raccolto il vostro seme e ne ha fatto qualcosa che supera ogni aspettativa. Grazie.

Cari ordinandi, tra poco il vescovo vi imporrà le mani. Gesù soffia su di voi. Lo Spirito scende. E il Padre vi manda – come ha mandato il Figlio – verso i poveri di Isaia, verso le tavole di Paolo, verso la gioia del salmista, verso le stanze chiuse dell’umanità, nel buio delle coscienze giovanili, dove qualcuno

aspetta di sentirsi dire: «Pace a voi».

Portate con voi la memoria di questo istante. Portatela in oratorio e nelle missioni, nelle grandi celebrazioni e nelle piccole confessioni del sabato pomeriggio. Portatela ogni volta che un ragazzo vi guarderà negli occhi chiedendosi se Dio esiste davvero, se qualcuno lo ama davvero.

«Per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, 

per voi sono disposto a dare anche la vita.»

– San Giovanni Bosco

E come i bambini – suggeriva Francesco di Sales – che con una mano si aggrappano al Padre e con l’altra raccolgono fragole lungo le siepi: tenete sempre una mano in quella di Dio, mentre con l’altra vi occupate del mondo. Non lasciate mai la sua.

Se farete questo, sarete sacerdoti felici. E mi raccomando… «Fate i bravi!»