DI REDAZIONE ISTITUZIONALE
NAVE (BS) – Non è una semplice giornata di aggiornamento quella che ha visto riuniti, presso al casa salesiana di Nave, i catechisti, i consiglieri della nostra ispettoria. È, piuttosto, l’espressione di una scelta di governo forte e coraggiosa: staccare dalla macchina dela quotidianità didattica per un’intera giornata per formare le “figure di sistema”. Una scelta che grida la centralità della corresponsabilità come unico motore possibile per una scuola che voglia dirsi ancora autenticamente di Don Bosco.
Un Progetto di futuro
L’apertura della giornata è stata segnata dalle parole sentite dell’Ispettore, che ha voluto legare il presente al ricordo grato di chi ha tracciato la strada. Il pensiero è andato a don Eugenio Riva, direttore della casa di Chiari recentemente scomparso, e al giovane Nicolas, studente vittima di un tragico incidente stradale.
“Dare onore è una modalità di amore”, ha esordito l’Ispettore. Onorare chi ci ha preceduto significa riconoscere che siamo figli di un carisma che non ci appartiene, ma che ci è affidato. In questo solco si inserisce il “Progetto Nave”, un sogno che l’Ispettoria dei Salesiani (ILE) e delle Figlie di Maria Ausiliatrice (ILO) hanno scelto di vivere insieme a una famiglia.
Ad aprire la giornata di lavori è stata proprio la presentazione della nuova configurazione della casa di Nave. Non più una casa di formazione, ma una “Casa Condivisa” dove, dal prossimo settembre, abiteranno insieme una comunità di Salesiani (SDB), una di Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) e una famiglia che si è presentata: Alessandra e Andrea, la coppia che ha scelto di “rischiare” la propria quotidianità per farsi parte di questa profezia.
“Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che quando ci si isola, la famiglia non funziona, anzi, diventa pericoloso. Essere parte di questo progetto è la prosecuzione di un cammino: riscoprire che stare alla Sua presenza trasforma il nostro modo di essere famiglia e ci rende generativi”. La loro presenza a Nave non sarà un “esperimento sociale”, ma la testimonianza vivente che l’educazione è un fatto di relazioni e di vicinanza, proprio come nella Lettera da Roma di Don Bosco.
I focus formativi sulle prassi di accompagnamento hanno visto la provocazione di don Mapelli, , per il settore scuola e dei prof. Sordi e prof. Cristinelli per la formazione professionale. Gli interventi si è incentrato sulle prassi condivise del Consiglio della Comunità Educativa Pastorale (CEP), intesa come soggetto comunitario che anima e orienta l’azione educativa attraverso il dialogo e la programmazione. L’ordine del giorno e le dinamiche interne devono rendere possibili le buone prassi di accompagnamento: in un ambiente accogliente e “di casa”, il docente impara a leggere i segnali di disagio e sostiene scelte realistiche; lo studente è incoraggiato a scoprire il proprio progetto di vita e il senso dell’esistenza, superando la logica del puro matching tra competenze e lavoro e vivendo il cammino con protagonismo.
Non è vero che i giovani siano incorreggibili;
lavorate con loro, amateli di cristiano affetto;
questi giovani, troppo spesso, sono più infelici che malvagi;
la forza della volontà,
avvalorata dalla grazia di Dio,
vince difficoltà credute insuperabili
(da Scritti Editi e Inediti su don Bosco, F. Cerruti)
Il lavoro è proseguito con l’intervento dell’avvocato Dutto, che ha aggiornato con competenza e sapienza pratica sulla policy relativa alla tutela dei minori e degli adulti fragili, suggerendo come approfondimento il testo delle Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia.
Il CCEP come Cuore Pulsante
Il pomeriggio si è concluso con la presentazione del “Decalogo per un CCEP generativo” a cura di don Elio Cesari. Dal “doverci essere” all’”esserci per educare”: con questo orizzonte don Elio ha guidato la formazione, sfidando i presenti a superare la logica della semplice esecuzione per diventare un vero “nucleo animatore”. Il cuore dell’intervento è stato un percorso in dieci punti volto a trasformare le riunioni da pesanti momenti logistici a spazi di discernimento appassionato.
Don Elio, già delegato di PG e direttore di Sesto e ora segretario CISI, ha ricordato che la speranza non è ottimismo ingenuo, citando Václav Havel: «La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, qualunque sia l’esito». Particolarmente significativo è stato il richiamo al passaggio fondamentale “dall’io al noi”, illustrato nel Decalogo: un invito a superare il frammento per riconoscere che la missione salesiana è comunitaria per natura e richiede perimetri chiari per funzionare come un unico organismo.
Questo slancio ideale si è poi tradotto in confronto pratico durante i laboratori per settori (primaria, secondaria, CFP e ITS). Educatori e responsabili hanno analizzato punti di forza e criticità, convinti che la domanda vera capace di sbloccare ogni confronto sia una sola: “Cosa serve di più ai nostri ragazzi?”.



